Analisi in gruppo 3°

PSICOTERAPIA IN GRUPPO

(Terza parte)

Di Giorgio Nigosanti*

(Articolo tratto da “Psicoterapia Analitica Reichiana“, rivista semestrale della Società Italiana di Analisi Reichiana”)


Dall’individuale al gruppo

In una terapia in gruppo che utilizza la Vegetoterapia reichiana, un acting individuale viene trasformato in funzione del lavoro in gruppo. Vediamo come questo può avvenire. Per esemplificare prenderemo come esempio l’acting che chiamiamo naso-cielo.

In seduta individuale la persona, sdraiata sul lettino, guarderà alternativamente un punto fisso sul soffitto e successivamente la punta del proprio naso.

Qual è il significato di questo acting: innanzi tutto stiamo lavorando sul primo livello, il livello oculare e questo significa molte cose, vediamone alcune.

Fisicamente sono interessati i muscoli degli occhi, e considerando che ogni attività fisica comporta un potenziamento energetico, questo vuol dire che andremo a caricare gli occhi di un maggiore potenziale energetico. Ma un occhio più carico è un occhio che acquista una potenzialità visiva maggiore, quella persona vedrà meglio. L’espressione vedere meglio non va intesa solo in senso fisiologico, ma come possibilità di una visione più profonda, più chiara, con una maggiore coscienza. Per spiegare meglio questo potremmo usare le parole di un detto che spesso ascoltiamo: quello non vede proprio dove si va a cacciare! Il vedere ha a che fare con una presa di coscienza/consapevolezza più profonda. Ricordiamoci che stiamo parlando di un paziente, quindi possiamo cogliere l’importanza che può avere per lui acquisire una maggiore consapevolezza di sé.

Ritorniamo all’acting: noi a quegli occhi suggeriamo uno specifico movimento, dal naso al soffitto e viceversa. Quale ne è il significato? Diciamo prima di tutto che ogni acting è pregno di molteplici significati: dell’acting in sé e di tutte le coloriture che un paziente può sperimentare in quell’esperienza.

Possiamo dire, ancora, che è un acting di relazione. Favorisce e fa sperimentare la relazione tra due punti, il naso e il soffitto. Ma naso e soffitto sono due simboli di una realtà più vasta. Il punto sul naso può rappresentare la percezione di sé, il contatto (più o meno presente) con il proprio Sé. Può rappresentare la situazione in cui mi trovo in questo momento; il punto al soffitto rappresenta l’Altro nelle sue diverse molteplicità: un padre, una madre, il mondo, i colleghi, il partner…

E’ importante sottolineare come, ritornando al termine relazione, la persona facendo l’acting passa dall’altro da sé a sé e viceversa. Questo significa che inconsapevolmente attua un movimento non solo fisico ma simbolico (quanti pazienti, ma anche quante persone, restano chiusi nella propria gabbia senza la possibilità di movimento verso l’esterno?).

Ma il naso-cielo può rappresentare anche un aspetto legato al tempo (ora e dopo, ora e prima; ci sono il presente, il passato, il futuro), allo spazio (da qui posso andare là e da là posso ritornare, il mondo può venire a me ed io posso andare nel mondo o posso fuggire da lui), a un desiderio (che cosa ho, che cosa vorrei) e tanto altro ancora, colorato da quella persona, in quel momento storico della sua vita ed in quella particolare situazione (in uno studio analitico).

Questo specifico lavoro, come potrà essere svolto in un ambito di gruppo?

L’analista inviterà i componenti (che sono seduti in cerchio) a scegliersi un compagno. Di solito l’indicazione per fare questo è quella di seguire l’impulso spontaneo. Una volta che la persona avrà chiaro il compagno da scegliere, si alzerà ed andrà a sedersi di fronte a lui. Quando si saranno formate tutte le coppie si darà una prima indicazione sulla distanza da tenere. Si vedrà infatti che i componenti di alcune coppie sono troppo vicini mentre altri sono troppo lontani. Prima di introdurre l’acting può essere utile far chiudere gli occhi alle persone per un momento di centratura come preparazione. Successivamente si completeranno le indicazioni.

Visto che l’acting di cui parliamo è il naso-cielo, come si potrà adattare ad un ambito di gruppo? La persona, al posto del soffitto guarderà gli occhi del compagno e successivamente la punta del proprio naso.

Quindi si inizia il lavoro.

Nei primissimi momenti sarà necessario dare input di aggiustamento (ci può essere qualcuno che avrà bisogno di ulteriori spiegazioni).

Nel corso del lavoro l’analista osserverà attentamente il comportamento dei vari partecipanti e, nel caso lo ritenesse opportuno, si avvicinerà alle persone per suggerire modalità diverse di svolgimento.

Trattandosi di un acting di movimento potrà capitare che questo venga svolto in sincronia (entrambi riescono a guardarsi in contemporanea negli occhi) oppure no. E’ sempre una scelta del terapeuta, in quel gruppo, per quella persona e in quella circostanza, suggerire se ricercare questa sincronia o lasciare che siano le persone a scegliere di trovarsi o non trovarsi. Una delle indicazioni fondamentali nell’esecuzione di un lavoro corporeo è quella di eseguire l’acting con coscienza e consapevolezza e non come un atto puramente ginnico. Spesso ciò capita perché le persone, soprattutto all’inizio, cercano di fare il lavoro bene e quindi sono attente razionalmente al movimento, piuttosto che in ascolto di quello che il movimento fa nascere dentro.

L’analista continuerà a dare input (calibrati per non riempire troppo il tempo con le sue parole) su altro: – sentite se siete tesi o rilassati … dove siete tesi … c’è difficoltà, paura, piacere … quali pensieri mi passano per la testa … quali emozioni o sentimenti sento in me … c’è qualche cosa che va a risuonare nel mio passato … -. E così via.

Cerchiamo ora di entrare di più all’interno di quella persona che sperimenta questa esperienza e proviamo a immaginare proprio da quali sensazioni, sentimenti, emozioni e pensieri possa essere attraversata. A livello prettamente fisico ci sarà chi si accorgerà di fare un’immensa fatica nel guardare gli occhi dell’altro e riuscirà a farlo solo per brevi istanti, così come può accadere che qualcuno resti per tutto il tempo con gli occhi chiusi. Ma, potrà accadere anche il contrario, potremo trovare una persona che deve dimostrare la propria forza e/o supremazia attuando uno sguardo forte, deciso, invasivo (questa persona dovrà scoprire la strada della tenerezza!)

Continuando: – nel tuo sguardo vedo l’accettazione, l’indifferenza, la sopraffazione, il rifiuto o anche il timore, la commozione, l’invasività, la richiesta di aiuto, il dolore, la solitudine, ma anche la gioia, l’apertura, la luce -.

Ancora: – cosa penserà di me, cosa vedrà nei miei occhi, vedrà anche questo aspetto di me … mi è venuto in mente quella volta in cui quella persona mi ha guardato e ho sentito … questo contatto mi tocca dentro … sento paura, sento amore … non vedo l’ora che termini.

Come possiamo vedere da queste poche cose scritte, c’è veramente un mondo di sensazioni, pensieri, emozioni, ricordi.

Ma c’è ancora un altro aspetto importante che fino ad ora non abbiamo descritto: la scelta!

Quando si fa un acting in coppia, normalmente si invitano le persone a scegliere un compagno/a con cui fare l’esperienza (questa scelta è un aspetto totalmente assente in un’analisi individuale).

Proviamo ad immaginare quali stati emotivi può muovere un simile invito: – assolutamente no, io non mi muovo da qui, mi piacerebbe incontrare X ma non ho il coraggio, e se poi lui/lei non ha voglia di incontrare me, meglio non muoversi, chissà se qualcuno mi sceglierà? non mi ha scelto nessuno come sempre nella mia vita, nessuno mi vuole ! – .

Di solito, all’inizio dell’esperienza in gruppo, questa scelta ha quasi sempre un aspetto drammatico.

Quanto descritto ci fornisce comunque un quadro di quanto un semplice acting possa muovere all’interno della persona. Tutto questo diventa materiale di approfondimento ed elaborazione nel momento successivo, quello del racconto (aspetto verbale) dell’esperienza. Si parte da ciò che si è vissuto nell’acting, ma è molto facile passare poi ai vissuti del passato.

All’inizio possono essere molte le difficoltà nell’eseguire l’acting, ma con la progressione della terapia individuale e in gruppo le cose cambiano.

Quell’esperienza che all’inizio può essere stata fonte di timori, ansie e paure, può diventare totalmente altro. Così possiamo provare il desiderio di incontrare gli occhi dell’altro e il piacere di stare con quella persona. Possiamo sentire affetto ed anche Amore. I nostri tratti del viso si distendono, si ammorbidiscono, il corpo si rilassa – è bello stare con te -.

Questo nuovo modo di vivere e sentire all’inizio avviene solo all’intermo del contesto protetto e controllato del gruppo. In seguito la persona riuscirà a portare ciò che ha imparato nel mondo reale, andando ad incontrare tanti altri occhi .

Concludiamo l’esposizione di questo acting aggiungendo che ogni acting può essere modellato, arricchito e variato a seconda del contesto, del tempo e delle circostanze.

Facciamo alcuni esempi.

Il terapeuta potrebbe suggerire non tanto di guardare la punta del proprio naso, ma, una volta guardati gli occhi dell’altro, portare il proprio sguardo interiore (con occhi chiusi) sul cuore. Si apre un universo ancora più ampio e profondo, sia perché gli occhi chiusi ci pongono maggiormente in contatto con il nostro mondo interno, sia perché contattiamo il cuore, sede del mondo emotivo/affettivo.

Un’altra variabile di questo acting è quella di invitare le persone, se vogliono e lo desiderano, a prendersi per mano. Così al mondo delle sensazioni oculari, possiamo aggiungere anche quelle tattili del contatto di mani.

Infine, prima della conclusione dell’acting, il terapeuta potrebbe dare l’input di lasciarsi andare al proprio desiderio e non sono poche le persone che a quel punto si abbracciano in uno slancio d’amore verso l’altro (ma questo quando si è un po’ avanti nella terapia!).

Come possiamo vedere si sviluppano continui salti quantici sensitivi ed emotivi.

Tutto ciò ci dà il polso della ricchezza e delle enormi possibilità che una terapia in gruppo consente, e forse ora riusciamo a comprendere meglio le parole di Piero Borrelli scritte all’inizio del primo di questa serie di articoli.

Introduzione al primo incontro

E’ un incontro importante proprio perché è il primo. E’ l’ingresso, per il paziente, in una modalità nuova, sconosciuta e pregnante. E’ fondamentale perciò che cominci bene. E’ il momento in cui si rischia di più l’abbandono. E’ importante che sia un incontro morbido e accompagnato. Per questo ritengo utile che il terapeuta aspetti ed accolga (significa che deve arrivare per primo) i partecipanti. Per la maggior parte dei pazienti si tratta di una cosa nuova; saranno già molto in ansia per quello che andranno a fare e di cui sanno poco o nulla. Arrivando incontreranno persone che sono loro completamente sconosciute; un’accoglienza che le possa mettere in una situazione emotiva più tranquilla è senz’altro positiva.

Poi il gruppo inizia. I partecipanti si disporranno in cerchio, seduti.

Ritengo importante, prima di iniziare il lavoro propriamente detto, fare una introduzione generale, che ha un duplice scopo: ridefinire ancora una volta il significato di ciò che si andrà a fare e dare ulteriori spiegazioni.

Tendenzialmente molte delle cose che si diranno saranno già state spiegate in seduta individuale quando abbiamo proposto il gruppo al paziente, ma è importante ripeterle in questo primo momento alla presenza di tutti i partecipanti. Oltre che come momento introduttivo, serve anche per iniziare ad entrare nell’atmosfera di gruppo.

Vediamole sinteticamente in dettaglio.

Si sottolinea nuovamente come l’analisi in gruppo sia:

• un completamento ed un’integrazione di quella personale
• un favorire la relazione con l’altro e con il mondo
• un portare l’altro, il mondo, realmente all’interno del proprio percorso terapeutico
• un’esperienza del qui ed ora.

Si ribadisce che nel lavoro di gruppo:

• si trasportano i principi e le modalità dell’analisi individuale; per cui si lavorerà a livello verbale, muscolare, simbolico, energetico ed emozionale
• i termini più importanti in questa esperienza sono: sentire, agire, vivere l’esperienza
• le esperienze che si possono fare in un gruppo sono difficilmente vivibili sia nell’analisi individuale che nella normale vita quotidiana
• in gruppo si lavorerà singolarmente, in coppia o in relazione a tutto il gruppo.

A queste prime affermazioni seguiranno le seguenti:

• Impegno alla riservatezza.

Facendo questa esperienza si conoscono altre persone che sono in terapia personale, ma anche le loro problematiche, molto spesso intime e profonde. Si puntualizza che tutto ciò non dovrà uscire dal contesto in cui emergono e che tutti devono ritenersi legati al massimo impegno di riservatezza.

Questo verrà vissuto anche come una garanzia per sé.

• Impegno alla frequenza costante del gruppo.

E’ questo un aspetto importante per un componente del gruppo: una persona può aver vissuto molto bene un’esperienza con uno specifico compagno e può aver voglia di rivederlo, oppure può desiderare di lavorare con lui se l’ultima volta non lo ha fatto per timore; l’assenza della persona diventa così per lui una perdita; per il gruppo: anche se la nostra è una terapia in gruppo, non significa che il gruppo non assuma una sua entità. Pertanto, l’assenza di un componente può essere vissuta dal gruppo come una mancanza, un vuoto; per sé: di solito il numero degli incontri non è elevato, una o più assenze diventano percentualmente significative e non daranno i risultati potenziali che si raggiungerebbero con una presenza costante.

In questi messaggi passa implicitamente il messaggio dell’importanza che ognuno acquista all’interno di un gruppo di terapia (io che mi sento una nullità, che penso che il mondo non mi veda e che non sono importante per nessuno …)

• La condivisione.

Si sottolinea che nell’esperienza che andremo a fare, incontreremo l’altro, e semplicemente condivideremo con lui parte del nostro tempo. E’ una indicazione molto semplice. Ha lo scopo di togliere un po’ d’ansia, ma si rimarca ancora l’importanza delle relazioni, direi nella loro semplicità e genuinità.

• La specificità del percorso terapeutico.

Si precisa che, in un gruppo, ognuno percorre un proprio cammino. Non c’è quindi chi è più bravo o guarisce più in fretta. Significa che non bisogna guardare l’altro e fare i confronti (sempre negativi) con quello che stiamo facendo noi, ma vivere il proprio percorso. E’ un invito al rispetto dei propri tempi e dei propri ritmi, l’invito ad uscire da una visione consumistica del tempo. E’ un po’ come ritrovare e rispettare le stagioni.

• La presenza della paura.

Chi si rivolge ad un analista, quasi sempre vive difficoltà relazionali e sentimenti di timore, ansia, bassa autostima … e noi gli proponiamo un gruppo! E’ naturale che la persona abbia paura. Ebbene, in questa introduzione noi dobbiamo sottolineare la spontaneità di questo sentimento, e fare in modo che, piuttosto che cercare di non averlo, terapeuticamente parlando, accettarlo come un vissuto normale. E’ vero, ci dà fastidio, ci fa avere diversi disturbi neurovegetativi … ma è normale, e anche gli altri ce l’hanno!

• Le proiezioni.

Esse costituiscono un aspetto importantissimo in un lavoro in gruppo ed è fondamentale che venga spiegato e compreso. Durante l’esecuzione di un acting, soprattutto se fatto in coppia, saranno presenti in maniera preponderante. In un lavoro in coppia pensieri, sensazioni ed emozioni emergono in maniera cospicua: – Io sono invaso da mille emozioni e sentimenti… ma mi chiedo, anche, che cosa lui pensa di me, che cosa gli arriva dalla mia persona – e di solito ci si immagina che l’altro pensi ciò che io penso di me! Quindi se io credo di essere una persona poco interessante, immaginerò che l’altro non abbia voglia di fare l’acting con me, che forse avrebbe preferito un altro e che, quindi, non vede l’ora che finisca. Siamo nel mondo della proiezione. Sarà sorprendente, per il paziente, sentirsi dire dal compagno che con lui è stato bene, che lo ha trovato interessante … ( – ma forse allora … -) è un primo dubbio che inizia a serpeggiare dentro e che un giorno darà frutti.

Ma c’è anche un altro aspetto delle proiezioni: sono io che posso sentire, nei confronti della persona con cui lavoro, un fastidio, un’antipatia, un rifiuto, una stanchezza … ma – come faccio, nel momento del racconto del vissuto dell’acting a dirgli queste cose? L’altro le prenderà sicuramente male … gli posso fare male …-

Se ai componenti del gruppo sono stati spiegati esaurientemente i meccanismi proiettivi e in qualche modo sono stati un po’ interiorizzati, sarà più facile esprimere quelle sensazioni (penserà infatti che dietro a quelle c’è probabilmente altro) e sarà anche l’occasione per analizzare da dove arrivano a lui quelle sensazioni, verso chi le aveva provate nella sua vita e in quale frangente. Si accorgerà che la persona con cui ha sperimentato l’acting non ha fatto altro (forse per qualche suo tratto specifico) che rimetterlo in contatto con un aspetto od evento del suo passato.

Le proiezioni, soprattutto in un gruppo, sono molto frequenti e sono veramente un materiale prezioso.

Infine sottolineamo, ma qui ne facciamo solo un accenno, quanto possa essere importante e che cosa possa rappresentare per un paziente la presenza ed il rapporto con il/i terapeuti del gruppo.

• L’autenticità.

Chi più, chi meno, tutti nel mondo portiamo delle maschere. Nel modo in cui ci presentiamo al mondo, non siamo proprio noi, o per essere più precisi, siamo noi con i nostri cammuffamenti. Questo avviene perché non riteniamo che il nostro essere sia abbastanza presentabile. Allora cerchiamo un modo per apparire un po’ diversi da come crediamo di essere, cercando di non far emergere quegli aspetti di noi che riteniamo carenti.

Così, se abbiamo la percezione di essere insicuri, potremo sviluppare una modalità di comportamento che lascia passare al mondo una sicurezza che è ovviamente solo apparente. E’ come se, piuttosto che essere noi stessi recitassimo nel teatro della vita diventando attori di noi – faccio questo perché è proprio il me che non mi piace, e allora divento un po’ qualcosa d’altro-.

Ma, forse non siamo proprio così negativi o sbagliati come ci appare, forse anche noi abbiamo qualità, aspetti positivi, è solo che non riusciamo a vederli, coperti come sono dalle nuvole della nostra insicurezza. Chi fa il mestiere dell’analista sa, per esperienza, che tutte le persone sono belle dentro!

Anche se è un aspetto difficile, anche questo va esplicitato e va rivolto l’invito ad essere il più autentici possibile – Sono così – .

Sarà sorprendente, per la persona, scoprire nel percorso con il gruppo, di piacere agli altri, ma sarà ancora più sorprendente scoprire di cominciare a piacersi un po’ di più. Queste scoperte saranno un’ulteriore fonte di crescita e maturazione personale.

Conclusione

Ci sembra importante, necessario, indispensabile e soprattutto doveroso sottolineare e ripetere che un terapeuta di gruppo deve aver vissuto, lui stesso, in prima persona questa esperienza. Un terapeuta che non avesse fatto ciò, ma che pretendesse di praticare un’analisi in gruppo solo basandosi sulla lettura di libri o articoli, non riuscirebbe a guidarla positivamente.

L’esperienza di gruppo è soprattutto una grande esperienza empatica, con energie grossolane e/o sottili, con atmosfere, con un sentire attento e solo chi ha camminato su quel sentiero è in grado di riconoscerlo, proporlo e soprattutto gestirlo.


* Psicologo, Psicoterapeuta, Analista S.I.A.R.

Copyright © 2012-2014.
All Rights Reserved.